Privacy & Cookies: This site uses cookies. By continuing to use this website, you agree to their use.
To find out more, including how to control cookies, see here: Privacy policy
Visualizzazione post con etichetta traduzione. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta traduzione. Mostra tutti i post

lunedì 11 maggio 2020

Tom Sleigh - due traduzioni a confronto

Di Tom Sleigh, da House of Fact, House of Ruin, Graywolf press, 2018 
Traduzioni di Marco Bartoli Giorgia Romagnoli


L'ULTIMO A ESSERE SALVATO

Ricordi le vecchie zie, sarcastiche,
ciminiere, gesticolanti coi loro bastoni,
annotare punto dopo punto coi loro polmoni vedovi?

Come potevo cenare con loro mentre spingevano
avanti i loro piatti non sedani e carote ma
distanza e disprezzo per il loro sciocco nipote

ancora intento, alla sua età, a dimenticare
come diventare vecchi è una cosa tanto nuova
per i vecchi, come lo è nascere per chi è appena nato–

persino le loro malincollate, quasifratte
cineserie irradiano impazienza per la commiserazione
che i giovani si aspettano debbano desiderare.

Il modo in cui continuano a pronunciare MADRE–
come fosse tutto capitale– dicendolo come se
potessero ancora sentirne gli occhi posati sul modo

in cui maneggiano le loro forchette, coltelli, cucchiai,
rendendo ogni boccone più difficile a ingoiare.
Verrà il giorno in cui non ci sarà più acqua

nelle brocche, nessun padre eternamente morente
servito in tavola come spinaci e granturco inscatolati,
nessun diadema di affetto appunteranno all'aria

le loro labbra assenti. E mentre questo silenzio
lentamente scinderà l'ora a mezzo, io sarò lasciato solo
cenare con la vuotezza che, solo per senso

della forma, dirà grazie.
La tavola sarà imbandita d'ombre,
il cibo fantasma servito da ombre–

e tutte le madri morte venute a questo pasto
siederanno su scranni di polvere
nell'imminenza dell'ultima cena

nella cucina andata in gelo dove udirò per l'ultima
volta, l'ultimo materno “Serviti, Tom”
smorzato da quel buio in cui nessuno saprà più

riconoscere la lama del coltello dal suo manico,
o la pietanza dal piatto, o il piatto
dal tavolo, o se c'è un tavolo dopotutto.


   L’ULTIMO AD ESSERE PERDONATO

Ricordi le vecchie zie, sarcastiche,
fumatrici incallite, che fanno cenni col bastone,
e segnano un punto dopo l’altro coi polmoni spaiati?

Come potevo mangiare con loro se sbattevano
sui loro piatti non piselli e carote
ma lontananza e disdegno per il nipote stupido

che, a questa età, sta ancora provando a dimenticare
come essere vecchi sia tanto nuovo per i vecchi
quanto essere appena nati lo sia per i neonati –

perfino il loro servizio di porcellana, quasi tutto
crepato e incollato, emana impazienza per la pietà
che il giovane le spinge a desiderare.

Il modo in cui continuavano a dire MADRE –
tutto maiuscolo – lo dicevano come
se sentissero ancora i suoi occhi sul modo in cui

impugnavano coltelli, forchette, cucchiai,
rendendo ogni boccone più difficile da ingoiare.
Verrà il giorno in cui non ci sarà acqua

nella brocca, nessun padre per sempre in extremis
servito con spinaci e mais in scatola,
né spille di affetto che le loro labbra assenti

appuntano all'aria. E mentre quel silenzio
lentamente spezza le ore in due, sarò
lasciato solo a cenare con il nulla

che, per pura formalità, dice la preghiera.
Il tavolo sarà apparecchiato con ombre,
il cibo immaginario servito dalle ombre –

e tutte le madri morte venute a questo pasto
si siederanno su sedie di polvere
a immagine di quell'ultima cena

nella cucina ormai fredda dove sentirò l’ultimo
materno “Serviti da solo, Tom”
smorzato dal buio in cui nessuno poteva distinguere

la lama del coltello dal manico,
o il cibo dal piatto, o il piatto
dal tavolo, o se ci fosse addirittura un tavolo.

























UN COLPO DI DADI…

Dio…buono, mi fa piangere l’ammissione del mio essere
umano; sentire la gravità di tutto il vostro pane che ho mangiato.

Oh, certo, avete proclamato di avermi innalzato dalla polvere,
ma dov'è la cicatrice che fermenta anche al vostro fianco?

Nulla sapete di quelle Maria che si sono spezzate per bene.
Dio…caro, se solo foste nati umani

oggi sapreste comportarvi come Dio. Ma voi ovunque
da sempre presi a far partito con la perfezione non avete

mai sentito il dolore delle vostre creazioni.
E così tocca a noi, poveri fottuti sofferenti, fare dio.

Oggi, nelle mie invecchiate pupille, vedo il lucore di candele
accese per la mia veglia funebre. Dio…bello, stanchi giocatori,

rispolverate i vostri trucchi, lanciate ancora i dadi falsati–
nel manipolato destino che elemosinate all'universo intero

magari faremo roteare gli occhi fessi che ci osservano di rimando
fissi come la morte, magari servirete due assi neri e il fango

della tomba. Dio…mio, in questa notte fatta sorda e cieca,
non sarete in grado di giocare perché la Terra stessa

è un semplice dado spaiato dagli angoli smussati a forza
di rotolare attraverso troppe finzioni nel cielo a brandelli

e nessuno potrà fermarla finché non sarà caduta nel buco,
quel vasto buco, Dio…, interno a una singola molecola.


I DADI ETERNI

   Mioddio, mi viene da piangere ad ammettere di essere umano;
   a sentire il peso di tutto il tuo pane che ho mangiato.

   Oh di sicuro, sostenevi di avermi sollevato dalla polvere,
   ma dov’è la ferita che fermenta sul tuo fianco?

   Non sai nulla di quelle Maria che sparirono per sempre.
   Mioddio, se solo tu fossi nato umano

   oggi sapresti comportarti come Dio.
   Ma nelle tue continue e onnipresenti notti di festa con la perfezione

   non senti affatto il dolore della tua creazione.
   E siamo noi, poveri stronzi che soffriamo, a dover fare i bravi.

   Oggi nei miei alunni di mezza età, vedo il bagliore delle candele
   accese alla vigilia della mia esecuzione. mioddio, vecchio giocatore,

   ricomincia a fare i tuoi numeri e lancia i dadi truccati –
   nella fortuna già assegnata che elemosini all’universo

   forse faremo uscire un doppio uno che ci fisserà come la morte,
   forse tu avrai una coppia di assi neri come il fango sulla bara.

   Mioddio, in questa notte ormai sorda e cieca,
   non riuscirai a giocare perché questa povera Terra 

   non è altro che un singolo dado dai bordi arrotondati
   dal rotolare per troppi eoni attraverso il cielo in subbuglio

   e nessuno può fermarlo finché non rotola in un buco,
l’immenso buco, mioddio, dentro ogni singola molecola. 

venerdì 6 dicembre 2019

Container - Osservatorio intermodale




Da qualche settimana è disponibile il primo numero dell'oggetto-rivista Container-osservatorio intermodale, a cura di Daniele Poletti e Luigi Severi ed edito da dia•foria.

La rivista è divisa in tre fascicoli di cui uno interamente dedicato alle traduzioni (tutte prime italiane).

Qui una presentazione e l'indice completo.

È possibile riceverla al prezzo di 10€ scrivendo a: info@diaforia.org

lunedì 14 maggio 2018

Anne Carson - da Nox



gentes

gens gentis sostantivo femminile

[GIGNO] razza, nazione, popolo, (plur. poetico) folle, orde; i popoli o popolazioni del mondo, il mondo intero; anche il resto del mondo a parte [i romani]; la razza o il genere umani; ius gentium: codice di comportamento tra nazioni o individui universalmente riconosciuto, anche legge a disposizione degli stranieri come dei cittadini; paese; (con avverbi dove, in nessun luogo, ecc.) sulla terra, al mondo; longe gentium: ai confini del mondo; minie gentium: certo che no!, improbabile! genere, classe, gruppo, razza naturali; noctis gentes: persone notturne; clan, famiglia, casa, (poetico) branco, gregge, sciame; discendenza, nascita, prole



Impasta un uovo di mirra, tanto grande da poterlo reggere. Poi lo esamina per verificare se riesce a reggerlo. Dopodiché incava l’uovo, e dopo aver riposto in esso il padre, lo ricopre con altra mirra. Con il padre [che giace] dentro, l’uovo ha lo stesso peso di prima. Così avvolto, lo porta in Egitto al tempio del Sole*.

(Hekataios fr. 324 Fragmente der griechischen Historiker ed. Jacoby [Berlin 1923] cf. Herodotos 2.73)



Ecateo descrive la sacra fenice che viveva in Arabia ma arrivava a Eliopoli, in Egitto, una volta ogni cinquecento anni per seppellire lì un padre. La fenice piange plasmando, soppesando, esaminando, scavando, ricoprendo e portando verso la luce. Sembra aver assunto una chiara visione di necessità. E nelle ombre che si muovono sopra di essa, mentre si dirige dall'Arabia in Egitto, forse riesce a vedere l’immensità del meccanismo in cui è presa, l’immensa fragilità del suo stesso volare — fatto di queste ombre che passano, incessantemente portate indietro da quel movimento che le divora, il suo movimento, il suo chiedere.




1.2          Autopsia è un termine che gli storici usano come “testimonianza” di fatti o eventi [da parte loro], una forma di potere autoriale. Anche negare questa autorizzazione ha un certo potere. Erodoto, saggiamente, non afferma di aver visto una fenice, che viene solo una volta ogni cinquecento anni, anche se menziona la leggenda di Ecateo. Erodoto ama introdurre certe informazioni con una parola come λέγεται: “si dice,” come anche on dit o dicitur. Quando mio fratello morì il suo cane divenne cattivo, era aggressivo, abbaiava, ringhiava, si dimenava, guardava in cagnesco, giorno e notte. Andava alla porta, andava alla finestra, non voleva mettersi a cuccia. La vedova di mio fratello, si dice, portò il cane in chiesa il giorno del funerale. Buster andò dritto di fronte a Sankt Johannes, appoggiò le zampe sul bordo della bara e appena annusato il fatto, la sua rabbia sparì. “Essere nulla — non è, dopotutto, il fatto più soddisfacente del mondo?” chiede un cane in un romanzo che ho letto (Virginia Woolf Flush 87). Mi chiedo cosa sia l’odore del nulla. L’odore dell’autopsia.




per

vedi sopra per



Erodoto ci dice che il re ha creato questa cavità per lasciarsi alle spalle un “ricordo” (μνημόσυνον) o un “monumento” del numero. Il numero stesso chissà. La storia può essere allo stesso tempo concreta e imprevedibile. Lo storico può essere una storia senza capo né coda che vaga per l’Asia Minore raccogliendo pezzi di mutismo, come ricci nei loro nascondigli. Si noti che la parola “muto” (dal latino mutus e dal greco μύειν) è considerata dai linguisti una formazione onomatopeica, riferita non al silenzio, ma a una certa fondamentale opacità dell’essere umano, che vuole mostrare la verità permettendo di vederla nascondendola. (Si confronti il latino mutmut, che rappresenta un suono sussurrato, usato da Apuleio). In una Copenaghen impregnata di fumo di sigarette, sotto un enorme cielo pallido e malinconico, mentre i cigni si lasciano trasportare dall'acqua, io guardo a lungo dentro il mutismo di mio fratello. Mi resiste. Rifiuta di essere “cucinato” (come direbbe uno storico moderno) nel mio ordine transazionale. Per dirlo con altre parole, c’è qualcosa di cui i fatti mancano. “Irraggiungibilità” è una parola che mi ha detto un filosofo: das Unumgängliche — ciò che non può essere aggirato. Non può essere evitato o visto fino in fondo. E sul quale si raccolgono fatti — resta al di là di essi.





Donarem

donarem

dono donare donavi donatum

[DONUM + O] far dono, dotare, ricompensare (di); fornire; onorare; donare, assegnare, dare (a); conferire; assegnare il potere (a); dare ragione (a); concedere (che) (qualcosa); cedere come prodotto, porgere come regalo, regalare; spedire, consegnare (a una collocazione fisica); dedicarsi (a), abbandonare (un obiettivo, ecc.); rinunciare (per il bene di), sacrificare (a); mandare un documento (a qualcun altro) di (reclamo o qualcosa di simile contro di lui); abbandonare, rimandare, ammettere; risparmiare (a una persona) problemi, inconvenienti, ecc.; condonare, perdonare (una colpa); scusare, assolvere (una persona per il bene di); non donatus senza un regalo; ego te quid donem? cosa dovrei donarti? nox nihil donat il nulla è un dono della notte.


Mio caro Michael
PER CINQUE ANNI, QUATTRO MESI E sette GIORNI HO PREGATO PER TE COME ULTIMA COSA LA sera e svariate VOLTE DURANTE IL GIORNO NON HO DUBBI CHE TU ABBIA AVUTO un'esperienza terribile NELL'ULTIMO ANNO MA SE I TUOI SENTIMENTI PER ANNA ERANO COSI' PROFONDI E BUONI COME PENSO NEANCHE LA MINIMA PARTE DI ESSI E' ANDATA SPRECATA UNO DI QUESTI ANNI SPERO DI AVERE UN tuo INDIRIZZO A CUI POTER MANDARE un pacco PER NATALE
CON AFFETTO
Mamma





quandoquidem

quandoquidem avverbio relativo

[QUANDO + QUIDEM]    nella misura in cui,

visto che, poiché; in qualsiasi momento.


5.3    La vedova di mio fratello mi ha detto che quando lo incontrò per la prima volta (ad Amsterdam) non aveva un soldo. Lui entrò nel bar e lei alzò lo sguardo e disse, Quello lì lo voglio sposare. Vissero per due anni per strada, dormivano nei sottoscala, mangiavano una volta a settimana, questo fu prima di Anna, bevevano tanto. L’odore del sottoscala (ricordo) rannicchiandosi nel sottoscala dove tenevamo i giacconi e gli stivali inverno domenica sangue sulla sua faccia aveva quasi nove anni e mia madre attorno a lui con tutte le sue forze gridava E adesso oh e adesso? 

***
Da Anne Carson, Nox, New directions, 2010
trad. g.r.

*Per la traduzione di questo brano si è fatto riferimento (e parafrasato) “Le nove muse di Erodoto Alicarnasseo” tradotte e illustrate da Andrea Mustoxidi. Milano, dalla tipografia di Gio. Battista Sonzogno, 1820

giovedì 27 luglio 2017

Ho scritto una lettera...

di Donald Bathelme

Ho scritto una lettera al Presidente della luna, chiedendogli se lassù ci fossero zone a rimozione forzata. La polizia aveva portato via la mia Honda e questo non mi era piaciuto. Mi ci erano voluti settantacinque dollari per riaverla, più il senno. Avete mai notato come i carri attrezzi prendano di mira le automobili molto piccole? Li avete mai visti trascinare via una Chrysler Imperial? Certo che no.

Il Presidente della luna rispose cortesemente che lassù non c’erano assolutamente zone a rimozione forzata. Il senno, aggiunse, sulla luna costa soltanto un dollaro.

Beh, avevo un gran bisogno di senno quella settimana, così risposi scrivendo che sarei potuto andare lassù nella primavera dell’ ‘81, se lo shuttle spaziale avesse mantenuto la sua promessa di porcellana, e di tenere al caldo un po’ di senno per me che ne avevo bisogno, e avrebbe potuto interessargli un secchiello di costolette in salsa rossa, che avrei gentilmente portato se lo avesse desiderato?

Il Presidente della luna rispose che sarebbe stato molto lieto di ricevere un secchiello di costolette in salsa rossa, e che il suo codice di avviamento postale, se mi fosse servito, era 10011000000000.

Gli telegrafai che avrei portato alcuni pacchi da sei di birra Rolling Rock da bere con le costolette in salsa rossa, e, a proposito, qual era la situazione degli appartamenti lassù?

Era pessima, rispose banalmente, gli appartamenti costavano circa un dollaro l’anno, sapeva che era molto, ma cosa poteva farci? Erano appartamenti con quattro camere da letto, disse, tre bagni, biblioteca, sala biliardo, scantinato e terrazza che si affacciava sul Mare della Prosperità. Forse avrebbe potuto farmi avere una diminuzione sull'affitto, disse, dal momento che ero un amico della luna.


La luna cominciava a sembrare un posto piuttosto carino. Inviai un dollaro allo Shuttle Spaziale Hurry-Up Fund.

Picchiando violentemente su un tronco cavo con un taglio longitudinale sintonizzato sulle frequenze lunari, gli feci domande su impieghi, copertura medica, pensioni, scudi fiscali, carte di credito e conti correnti Christmas Club.

Ricevuto, trasmesse dalla luna, un dollaro copre tutto, e se non ha un dollaro glielo presteremo attraverso il Maggiore Meccanismo di Sviluppo Lunare.

Che mi dice della guerra e della pace? Mi informai tramite i piccoli circuiti ALGOL arricciati che avevo saldato personalmente sul mio computer Apple.

Il Presidente della luna rispose (con un MIRV’D metaphor) che il tris era all'incirca lontano quanto lo sarebbero stati loro in quella direzione, e all'incirca quanto sarebbero andati loro, se avesse avuto qualcosa da dire al riguardo.

Gli dissi tramite squadriglie di angeli con specifiche istruzioni che avevo l’impressione che avesse tutto sotto controllo lassù e avrebbe per caso considerato la possibilità di diventare il nostro Presidente? Anche part-time eventualmente?

No, disse (in una doccia di asteroidi di auto usate con adesivi da paraurti blu e verdi), la nostra campagna elettorale sembrava nuocere ai candidati, comprometterli. Cominciavano colpendosi l’un l’altro sulla testa con pneumatici Russians, o dicendo cose estremamente ridicole a proposito degli alberi. Non gli sarebbe dispiaciuto di essere Dizzy Gillespie, disse.

Pubblicato originariamente in: "Notes and Comments" The New Yorker, 27 ottobre, 1980 e in seguito nella raccolta "The Teaching of Don B." Turtle Bay Books, 1992
   

trad. g.r.

lunedì 21 dicembre 2015

Farset


Tentando di tornare a quel fiume, questo fiume che sto per esplorare, immagino o ricordo scrutando tra le sbarre di ferro arrugginito che coprivano un lato del vicolo dietro la scuola di St Gall in fondo a Waterville Street, con lo sguardo fisso in basso verso l’acqua scura ed esausta, le mie guance premute contro il ferro freddo. Sarà solo anni dopo che scoprirò il suo nome. Per ora lo comprendo con la noia assorta di un bambino. Fango. Acqua. Un pozzo senza fondo. Il telaio di un passeggino. Un materasso a molle arrugginito. Il fiume, il ruscello, la fognatura sgocciola da un’apertura scura e scompare dentro un buco nero. E’ questo che dà a Belfast il suo nome.

L’estrema oscurità e perplessità, tuttavia, partecipa alla derivazione del nome… il nome di Bealafarsad, che significa, secondo alcuni, città del guado della staccionata, mentre altri lo hanno tradotto, l’entrata dello stagno. Ciascuna di queste spiegazioni dovrebbe ottenere qualche conferma dai fatti locali, ma poiché è una questione di sole ipotesi, sembra esserci altro spazio per ulteriori speculazioni.

Così dice George Benn, scrivendo negli anni '20 dell’Ottocento. Dubourdieu, che scriveva qualche anno prima, afferma che probabilmente Belfast ha derivato il suo nome attuale da Bela Fearsad, che significa una città alla foce di un fiume, espressione delle circostanze, in cui si trova. La guida all’Irlanda del nord di Ward, Lock & Co., poco più di un secolo dopo, ha fornito un’altra versione: Mentre la campana nello stemma di Belfast è un flebile gioco di parole, la parola ‘fast’ si riferisce al ‘ fiume Farset’, o al banco di sabbia (o anche il fiume ora interrato in High Street). ‘Bel’ in Celtico significa ‘guado’, ovvero Bel- feirste, il ‘bel’ o ‘guado’ del ’farset’.


In tutta questa acquosa confusione una cosa sembra certa: che Belfast è una storpiatura dell’irlandese Béal Feirste. Béal è semplice. Significa un’imboccatura o la foce di un fiume; un’apertura; un accesso. L’informatore di Benn sembra averlo scambiato per baile, una città, giungendo così all’equivalente inglese del nome irlandese moderno di Dublino, Baile Átha Cliath, che significa precisamente città del guado della staccionata. Ma è nel significato di questo feirste che trova fondamento, questo genitivo di fearsad, la parola irlandese per…            

Il Rev. Dineen lo definisce come un’asta; un fuso; l’ulna del braccio; un bastone; il perno di un asse; un banco di sabbia nell’acqua bassa; un profondo e stretto canale su una spiaggia con la bassa marea; una fossa o una pozza d’acqua; una strofa, una poesia. Il dizionario di Edward O’Reilly e Thomas de Vere Conys è sostanzialmente concorde, sebbene O’Reilly contenga lo strano wallet, che compare anche nel dizionario gaelico scozzese di Duelly; e contiene il raffinato aggettivo fearsach, pieno di piccole creste sulla sabbia, una di quelle rivelazioni che si hanno nella bassa marea dell’alba, dove la terraferma sembra mimare le creste del mare: Ricordo di averlo visto proprio nella remota Gaeltacht di Rann na Feirste o Ranafast nella contea di Donegal. Per non parlare di Béal Feirste, o Belfarset in County Mayo, dove non sono mai stato. Ma prendiamo la via più semplice, e immaginiamo che fearsad sia un banco di sabbia, formato dalla confluenza tra il fiume da cui deriva quel nome – il Farset – e il fiume Lagan. Così Belfast è l’accesso al banco di sabbia, o la foce del Farset; o l’accesso al guado, poiché storicamente c’era un guado in quel punto, e la chiesa di St George in High Street, al di sotto della quale scorre il Farset, sorge ipoteticamente nell’area della Cappella vicino al guado. O supponiamo, con il dizionario gesuita inglese-irlandese di McCionnaith, che fearsad rappresenti l’asse, come nell’espressione, Bíonn an domhan ag casadh ar a fhearsaid féin, il mondo ruota intorno al proprio asse: questo viene immaginato, non come un’osservazione scientifica, ma come una reazione a qualche altro elaborato e banale aneddoto. E mio padre mi disse che le forze dell’Asse durante la Seconda Guerra Mondiale erano in verità conosciute come Lucht na Feirste, o il popolo dell’Asse (da non confondere con il popolo X dell’eponimo romanzo di fantascienza, inventato dall’ex corrispondente politico della BBC, W. D. Flackes). O in modo più fantasioso, potremmo prendere la poesia di Dineen e lasciare che Belfast sia la bocca della poesia – Farset è naturalmente connesso al latino volto nel solco, conosciuto come versus? E stranamente, per una cospirazione di storia, incidenti e geografia, il fiume Farset, questo ruscello nascosto, è tutte queste cose: è l’asse tra le opposte Catholic Falls Road e Protestant Shankill, lo seguiamo attraverso la vecchia Shankill Graveyard – ora un parco pubblico – finché non scompare sotto Shankill Road e riemerge in Bombay Street (bruciata durante i conflitti del ’68), scorre lungo il retro di Cupar Street, seguendo quasi esattamente il confine della Peace-Line, questo muro alto trenta piedi di ferro ondulato e graffitato, l’interfaccia, il termine, perso in quello che sopravvive della Venezia industriale di Belfast – poiché l’acqua, dopotutto, era energia – un labirinto di dighe, bacini, canali, sprofondamenti, ponti pedonali che ricordo nei miei sogni, costruito vicino agli stabilimenti Titanic, gocce di vapore penetrano a intermittenza attraverso la sabbia e lo smog, così sprofonda e riaffiora a Millfield e poi si perde nel suo canale definitivo sotto High Street. Ricorda un fuso, braccia, le canzoni delle ragazze lavoratrici. Non ricorda niente: nessuno entra nello stesso fiume due volte. O, come affermano alcuni spiritosi, nessuno entra nello stesso fiume una volta.


di Ciaran Carson, da Belfast Confetti (Wake Forest University Press - 1989)
trad. g.r.
                        

lunedì 15 settembre 2014

Roma, 18 settembre: Le voci dell’Olocausto. L’opera estrema di Charles Reznikoff

Olocausto A Roma, presso la Casa delle Traduzioni
(via degli Avignonesi 32)
giovedì 18 settembre, ore 17:15 – 18:30

 Le voci dell’Olocausto. L’opera estrema di Charles Reznikoff

Charles Reznikoff, Olocausto 
prima traduzione italiana,
a cura di Andrea Raos, Benway Series, 2014.  

Partendo dalla recentissima traduzione di Olocausto, l’ultimo straordinario testo pubblicato in vita dal poeta americano Charles Reznikoff (1975), l’incontro cercherà di mettere a fuoco le particolarità e le difficoltà dell’opera di trasposizione di fronte a un tema così complesso e delicato come la Shoah e davanti a una lingua che assume tutta la responsabilità e, al tempo stesso, tutta la distanza necessaria per poterne rinnovare la memoria.


In dialogo sulla traduzione: Damiano Abeni e (via skype) Andrea Raos
Interventi: Marco Giovenale e Giulio Marzaioli
Letture dal testo: Michele Zaffarano.


Charles Reznikoff (1894-1976) è stato uno dei maggiori poeti statunitensi, collocabile nell’ambito della seconda generazione di autori modernisti. Fu partecipe in prima persona (con Louis Zukofsky,  George Oppen, Carl Rakosi) dell’idea e progetto “oggettivista”. È autore di numerosi testi di poesia, tra cui Jerusalem the Golden (1934), In Memoriam (1936), By the Waters of Manhattan: Selected Verse (1962), Testimony: The United States (1885-1890) (1965), Holocaust (1975). Holocaust, qui in prima traduzione italiana, fu scritto riprendendo in maniera diretta e senza alcun intervento autoriale le testimonianze delle vittime della barbarie nazista e quelle dei carnefici, così come riportate negli atti del processo di Norimberga (1945-46) e di quello a Eichmann (1961).

Andrea Raos (1968) ha pubblicato Discendere il fiume calmo (nel Quinto quaderno italiano di poesia contemporanea, 1996), Aspettami, dice (2003), Luna velata (2003), Le api migratori (2007), I cani dello Chott el-Jerid (2010) e Lettere nere (2013). È presente nel volume Àkusma. Forme della poesia contemporanea (2000) e ha curato l’antologia Chijô no utagoe – Il coro temporaneo (2001). Con Andrea Inglese ha curato le antologie Azioni poetiche. Nouveaux poètes italiens, in «Action poétique» (2004) e Le macchine liriche. Sei poeti francesi della contemporaneità, in «Nuovi argomenti» (2005). Attualmente è direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di Chicago.

Damiano Abeni (1956) ha tradotto dall’inglese oltre cinquanta libri e collabora con diverse case editrici e riviste letterarie. È tra i redattori di «Nuovi Argomenti» e della rivista online «Le parole e le cose». Ha ricevuto una fellowship del Liguria Study Center for the Arts and Humanities (Bogliasco Foundation, 2008) e una delle Rockfeller Foundation Fellowship (Bellagio, 2010). Nel 2009 è stato Director’s Guest presso il Civitella Ranieri Center. È cittadino onorario per meriti culturali di Tucson, Arizona, e di Baltimore, Maryland.

Il progetto editoriale Benway Series, indipendente e autoprodotto, nasce per iniziativa di quattro autori (Marco Giovenale, Mariangela Guatteri, Giulio Marzaioli e Michele Zaffarano) con l’intento di formare un tracciato di scritture di ricerca straniere e italiane, appartenenti al passato più o meno prossimo o alla contemporaneità. Sino a oggi sono stati pubblicati testi di J. Ashbery, F. Ponge, C. Costa, M. Zaffarano e G. Marzaioli. L’Olocausto di Reznikoff è l’ultima traduzione della serie.

Per l’incontro, riservato ai possessori Bibliocard, è richiesta l’iscrizione, da inviare all’indirizzo casadelletraduzioni@bibliotechediroma.it entro il 16 settembre.

martedì 18 febbraio 2014

Charles Bernstein - Marco Giovenale - Milli Graffi @ Ex.it (il video)






Charles Bernstein @ Ex.it – Materiali fuori contesto, Albinea 12-14 aprile 2013
con Marco Giovenale e Milli Graffi.
Traduzioni di Milli Graffi e Marco Giovenale

sabato 7 dicembre 2013

Éric Suchère e Michele Zaffarano @ Ex.it (il video)





Éric Suchère e Michele Zaffarano @ Ex.it – Materiali fuori contesto, Albinea 12-14 aprile 2013
Traduzione di Michele Zaffarano

mercoledì 30 ottobre 2013

Rachel Blau DuPlessis, lettura di Renata Morresi @ Ex.it (il video)

Rachel Blau DuPlessis, lettura di Renata Morresi @ Ex.it – Materiali fuori contesto, Albinea 12-14 aprile 2013
Traduzione di Renata Morresi

martedì 24 settembre 2013

Nathalie Quintane, lettura di Michele Zaffarano @ Ex.it (il video)

Nathalie Quintane, lettura di Michele Zaffarano @ Ex.it – Materiali fuori contesto, Albinea 12-14 aprile 2013
Traduzione di Michele Zaffarano

martedì 17 settembre 2013

Ron Silliman letto da Renata Morresi @ Ex.it (il video)


Ron Silliman, lettura di Renata Morresi @ Ex.it – Materiali fuori contesto, Albinea 12-14 aprile 2013
Traduzione di Gherardo Bortolotti (e Michele Zaffarano).

sabato 7 settembre 2013

Bob Perelman letto da Marco Giovenale @ Ex.it (il video)

Bob Perelman, lettura di Marco Giovenale @ Ex.it – Materiali fuori contesto, Albinea 12-14 aprile 2013
Traduzione di Andrea Raos e Michele Zaffarano.

giovedì 9 giugno 2011

PP (una volta tanto senza la terza occlusiva)


ne fa dono Andrea Inglese qui, ne fa dono Andrea Raos qui

venerdì 3 giugno 2011