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Visualizzazione post con etichetta giuliano mesa. Mostra tutti i post
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mercoledì 10 aprile 2013

sarebbe inutile dirlo, dirne / giuliano mesa. 2000

- La poesia italiana contemporanea ha bisogno dunque di tornare a interrogarsi sul proprio rapporto col reale?

Intanto, direi che la poesia ha sempre bisogno di interrogarsi sul proprio rapporto col reale. La poesia dovrebbe sempre interrogarci su nostro rapporto col reale, e può farlo soltanto interrogando sempre anche se stessa, il suo linguaggio, le sue forme. Dunque, non può che essere sempre nuova, poiché il reale muta costantemente. Che poi non muti “verso il meglio”, ebbene, ciò non attiene al concetto di nuovo inteso come proprio di un certo tempo storico in un certo luogo, bensì, e mettendolo in crisi, al nuovo inteso come “tappa di progresso”. Invece, e per molti anni e ancora oggi, è stata accolta come “ovvia” l’equazione “fine del progresso” – “fine del nuovo”. Quel progresso, il procedere teleologico della storia umana verso la sua perfettibilità, se non perfezione, non è mai esistito: è stato, è ancora nella sua versione dominante – neoliberista, per intenderci -, ideologia. Ma il nuovo inteso come mutamento dei linguaggi, delle forme dell’arte in rapporto col mutare delle condizioni non è finito, non può finire. Sarebbe inutile dirlo, dirne, non fosse che, invece, si va dicendo, con insistita ottusità, che, ad esempio, la poesia italiana è finita trenta e più anni fa, che poi non c’è stato altro che epigonismo postmoderno. Anche ammesso che sia così – e non è così – quell’epigonismo rappresenta comunque, nelle sue forme, il nuovo di fine secolo…

[da: G. Mesa, Intervista per "Il vascello di carta", n. 4, 2000, a c. di L. Magazzeni]


martedì 12 febbraio 2013

6 - v2 / giuliano mesa. 1996


fa paura la lingua quando fa
tutti quegli schiocchi o si attorce
(si sloga come per sé, sola, e invece
cosparge di richiami, di vecchie ossa gialle,
giovani vagine, gengive gonfie d’alcool)
la mente – come la chiamano –
teme di assordarsi, che la sfondi
un timpano percosso così forte –
morte, oh tu che poni mente a noi
dacché noi siamo” –
(e via! anche un fiato di vaniglia,
lo scroto rattrappito e quello enfiato,
le mammelle delle maestrine,
delle cugine, delle nonnine stanche) –
tutto si fa così, poi, non è vero?
a scappa e fuggi, a perdisenso,
in lembi di tempo rugginosi,
soprattutto, infine,
dopo che molto pulsa sempre meno.
mentre la lingua
fa tutti i suoi rumori strani –
shrapnel crachat – i suoi
stordimenti, i suoi fuochi
e ghiacci
e tutto senza mai guarire,
pensa, non si guarisce mai


12 febbraio 1996. per Amelia Rosselli


[da Quattro quaderni. Improvvisi 1995-1998, Zona, Lavagna 2000, poi Poesie 1973-2008, La camera verde, Roma 2010]

sabato 8 dicembre 2012

tentiamo un altro elenco / giuliano mesa. 1989


La conclamata fine delle certezze, se tale, non potrebbe che avere conseguenze incerte. A queste non appartiene la certezza dell’irrimediabilità dell’esistente, che, sappiamo, è l’ideologia fortissima del decennio, e che, sappiamo, ha generato più sollievi che angosce. Ogni determinismo rivelatosi insostenibile, dentro e contro il dominio, l’incertezza ha indotto, massimamente, ad agevoli ed agiati (e adagiati) migliorismi, e, nello specifico, al fiorire di torme di “cuori in pace”, che riscoprono una “serenità dell’arte” magari riproponendone la “inutilità” (l’autonomia autoriferita sdrammatizzata) proprio quando più nessuno la nega, magari riproponendone la “utilità” (con dei bei referenti ben finalizzati) proprio quando tanto è apprezzata un’arte lenitiva. Serenità utili e inutili, che serenamente convivono, rappresentano impeccabili la loro assenza, il loro esagitarsi nel grande rito di celibato dell’occidente necrofilo, necrofago e invaghito come non mai del suo sapere. Scrivere senza serenità sarebbe già una possibile sperimentazione? (L’avanguardia, e il suo progetto, sono invece possibili solo per chi si ostina a credere che la storia abbia un suo moto inderogabile verso il “bene”).
Tentiamo un altro elenco. Una sperimentazione intesa quale mera opposizione (al linguaggio poetico egemone, se c’è, o ai linguaggi del potere) dura lo spazio della sua reazione (ripetibile, sì, e anche serenamente, e tanti sono i ripetenti). Una sperimentazione solo intesa a far “progredire” l’arte, si immagina verso qualche monumento di civiltà, sarà utilissima per decorare i centri sperimentali della così bramata società telematica. Tanta sperimentazione del Novecento è cresciuta dentro gusci ideologici liberticidi e razzisti e classisti: non va dimenticato e va ricordato, quindi, che sperimentazione è parola di per sé garante di ben poco, al di fuori del suo uso contingente e contestuale. 

[...]

Supposto che la motivazione ontologica, ma direi piuttosto biologica, e quella storica dello scrivere permangono oltremodo incognite, se si scrive per una necessità di conoscenza e descrizione critica del negativo (diciamo che il positivo sia già nel farlo), se ogni lettera tracciata proviene da uno sgomento e da un orrore impagabili e da desideri che lo scrivere può solo inasprire, allora la sperimentazione coincide con questo stato di necessità. E sono sempre gli altri a riconoscerla, a riconoscerlo.

[...]

Morto il determinismo teleologico, si rifonda la volontà: e l’etica con essa.


[in Primo Quaderno di «Invarianti». Letteratura, a c. di Giorgio Patrizi, Pellicani, Roma 1989]

mercoledì 15 agosto 2012

perché non tace? (due voci, per memoria)


Non facciamo dunque alcun conto, né che mi muova, né che non mi muova, è più prudente, dato che la cosa non ha importanza, e passiamo a cose che ne hanno. Quali? Questa voce che parla, pur sapendosi menzognera, indifferente a quel che dice, forse troppo vecchia e troppo umiliata per poter mai dire finalmente le parole che la facciano cessare, che si sa inutile, e inutilmente inutile, che non si ascolta, attenta al silenzio che rompe, dal quale forse un giorno le ritornerà il lungo limpido sospiro d’avvento e d’addio, è una di esse? Non porrò più domande, non ne conosco più. Essa esce da me, mi riempie, grida contro i miei muri, non è la mia, non posso fermarla, non posso impedirle di straziarmi, di scuotermi, di assediarmi. Non è la mia, io non ne ho, non ho voce e devo parlare, è tutto quello che so, è intorno a questo punto che bisogna parlare, con questa voce che non è la mia, ma che può essere solo la mia, perché ci sono solo io, o, se ci sono altri, oltre a me, ai quali questa voce potrebbe appartenere, essi non giungono fino a me, non ne dirò più, non sarò più chiaro. Forse mi osservano da lontano, non ci vedo alcun inconveniente, dal momento che non li vedo, come un volto in un braciere, che sanno destinato a sfarsi, ma la cosa va troppo per le lunghe, si fa tardi, gli occhi si chiudono, domani bisogna svegliarsi presto. Sono dunque io che parlo, da solo, non potendo fare altrimenti. No, io sono muto. A proposito, se tacessi? Cosa mi accadrebbe? Peggio di quello che m’accade? Ma sono ancora domande. Ecco un tratto tipico. Non conosco domande e me ne escono dalla bocca tutti i momenti. Credo di sapere di che si tratti. È perché il discorso non si fermi, questo discorso inutile del quale non mi si tien conto, che non s’avvicina d’una sillaba al silenzio. Ma sono sull’avviso, non darò più risposte, non farò più finta di cercare. Forse sarò costretto, per non restare a secco, a inventare ancora qualche scena fiabesca, con teste, tronchi, braccia, gambe e tutto quel che segue, scagliati attraverso l’immutabile alternativa dell’ombra imperfetta e della dubbia luminosità, come già mi è occorso. Ma ho buone speranze di no. Ma ho sempre questa risorsa.

[Samuel Beckett, da L'Innominabile, in Id., Trilogia, a c. di A. Tagliaferri, Einaudi, Torino 1996]


* * *


luci luci...
come riluce
ciò che ha una luce, dentro,
che si spegne

splende perché accalora

perché non tace?
perché se tace dice
“va bene, tutto questo buio – 
dopo sarà soltanto un po’ più scuro"

[Giuliano Mesa, da Quattro quaderni, in Id., Poesie 1973-2008, La Camera Verde, Roma 2010]


mercoledì 17 agosto 2011

come, cosa



(pensa a che cosa rimarrà,
a quel nulla,
e a tutto che si perde)
(e mentre,
che stai perdendo,
pensa come trattieni,
e cosa)


[Giuliano Mesa, da "Quattro quaderni", Zona, 2000]