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Visualizzazione post con etichetta silvia tripodi. Mostra tutti i post
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sabato 28 febbraio 2015
lunedì 27 gennaio 2014
sguardi, distanze, spazializzazioni. note su alcune letture / silvia tripodi
Tempo fa conclusi
la stesura di alcuni appunti con due domande: cosa deve o può ancora spiegarci il visibile, cosa può o deve (ancora)
spiegarsi lo sguardo?
Riflessioni che
scaturivano da alcuni scritti di Merleau-Ponty sulla percezione; in particolare
su come tra soggetto e oggetto potesse avvenire una relazione organica che
tentasse di definire – in qualche percentuale – il superamento di
dicotomie ed estremi ontologici, rivolgendo l'attenzione su eventuali azioni di
scrittura e letture estetiche di opere che pur schiudendosi alla
contemporaneità, non fossero tuttavia destinate a costituire in modo esaustivo
o definitivo fondamenti e istanze, ma suggerissero comunque criteri e indicatori estetico-linguistici. Scrivevo di
uno spazio-mondo, di uno spazio-gioco entro cui organizzare traiettorie di
uno sguardo differente sulla realtà. In sintesi, organizzare il sensibile,
contempla anche questo; insieme a criteri di azioni e attraversamento dei fatti, del visto, del non
visibile, che richiedono una presenza, una cognizione acuta che accosti
porzioni di reale a porzioni di virtuale, margini possibili di manovre in una
territorialità anzi in una extraterritorialità – entro confini –
virtuali, politici anche, non sempre noti o identificabili. [...] il modo è l'innesco di un protocollo di estraneità.
prendere la distanza -- avere una visione dall'alto -- mirare ciò di cui
si è parte -- le unità di misura (i confini politici). [1]
Ciò che configura
la cifra politica di un linguaggio della contemporaneità, si fa anche carico di
sintomi, di figure in ombra – quelle di un'intimità dislocata, aliena-ta,
lontana dal soggetto e rivolta alle cose.
Una soggettività
che in qualche misura mette l'io fuori fuoco, ne definisce forse, con più
nitidezza, le disfunzioni, i sintomi; un
io che (in un contesto contemporaneo) sospenda ogni interesse per
l'essente affinché, paradossalmente, esso sia. Una scrittura contemporanea
è in definitiva (e indefinitivamente) l'epigrafe in motu di se stessa. Descrive
la propria deiscendenza. Pur gettando l'io fuori campo, lo colloca nel
mondo, vive dell'intersoggettività, dichiara la sua presenza nella comunità, ne
organizza azioni, configurando innumerevoli scenari di combinazione del
possibile (l'infinito della situazione). Emblematico, per esempio, è l'utilizzo che Francis Ponge fa, in
Nioque de l'avant-printemps, del simbolo matematico dell’infinito.
Oh solitudine
zeppa di elementi muti, tutti fissati al proprio posto, senza sguardo,
paralitici, è qui, qui dove tutto un paesaggio mi incravatta e mi prolunga le
spalle a destra e a sinistra, qui dove per esprimersi ha soltanto la mia voce
(qui dove non mi devo troppo difendere da animali pericolosi), è qui che sento la mia
ragion d'essere.
Il
Paesaggio ∞* grandi nodi colorati di bistro, rattrappiti e paralitici
(infermi) sotto i rabbrunamenti bluastri, sotto i voluminosi pensieri
provenienti da ovest. [2]
Sostituendo la
"oh" lirica con il simbolo matematico dell'∞, Ponge forse tenta di utilizzare così come
direbbe Braque, una regola che corregge l'emozione, trascendendo classicismo e
romanticismo attraverso il primato dato alla materia e ai simboli ad essa attribuiti e di sostituire l'io lirico con il primato dell'oggetto,
facendo esclamare l'oggetto stesso, ovvero la natura, dando voce a ciò che appartiene al seriale, alla
ricorsività, alla coazione dei cicli naturali. Nioque de l’avant-printemps vuol
essere nella sua interezza un documento strutturato in una serie di
annotazioni; ne possiamo leggere ulteriormente qui in una nota di Marco Giovenale sul blog recognitiones-ii.
[…] L’oggetto, terzo
termine attraverso il quale trascendere classicismo e romanticismo, trova
posto (compiendosi) dentro l’opera stessa; è il contrappunto tra la portata
politica dell’opera (opera che descrive se stessa con l’ingenuità e semplicità attraverso le quali la natura si manifesta) e lo slancio, l’emozione,
l’aspettativa dell’avvenire, quale elemento
– naturale, volitivo – di
cognizione del mondo […]
giovedì 16 gennaio 2014
Inox / silvia tripodi. 2013
Come le gambe
anche le braccia stanno, ai velluti
opacizzare
provando un senso di solitudine
di niente,
un caldo nulla.
Trasmissioni. Le
trasmissioni reclamano
attenzione
una massa
compatta
una massa che
dall'origine cola, per una morte aliena
e pena gli occhi,
in fondo al corridoio spesso
avvenivano cose
avvengono. Una
prima sagoma, riproduce il sole
una seconda si
muove strisciando
– le inettitudini
– adesso sono forme avariate che non stanno al
calcestruzzo
sovvertono
l’indice di frantumazione________
Dicevano di
interrompere il collegamento
affinché
potessimo riprendere le normali combustioni
dentro
l’inceneritore, quel bacio ancora
mondializzato
dalle cineprese
abominio della
webcam
indice di
frantumazione___ la seconda casa sfascia i cristalli della terza
al plasma degli
occhi iniettati, le ore bianche, i fili, le cartilagini, il nastro
una terza sagoma
pulisce i vetri
ora la
trasparenza è vocazione al bianco
un canale morto,
l’era del vizio diacronico, un dolore
quasi verde, la
combustione.
La sagoma che
pulisce i vetri s'accurva, inietta inietta
senza l’osmosi
sacra, figura è salva
non avviene – è avvenuta
– nella
terra
la quarta casa
un freddo anche
alla testa
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partage du sensible
h.
12:29
Etichette:
organizzazione del sensibile,
prosa,
silvia tripodi
mercoledì 8 gennaio 2014
nota / silvia tripodi. 2014
(se)
significato e significante sono indissolubilmente uniti come fossero le due
facce di un foglio, ancora più netta appare l’esigenza che reclama – nella
scrittura – un’azione indipendente, decisiva, unitaria, compatta, nella
considerazione ed analisi dei rapporti che intercorrono a formare le strutture
fondative dei linguaggi recenti; un’azione che da una parte si svincoli dalla
tentazione di fissare in modo persistente termini di paragone e di
giudizio e modalità di lettura ed analisi (estetiche, anche) di opere testuali
o visive, e dall'altra non trascuri parte delle modificazioni che si
sostanziano nella pluralità dei linguaggi contemporanei; linguaggi che sembrano
sostare naturalmente in una dimensione retrostante e provvisoria dell’essere
(a misura d’uomo). Per esempio, si può anche provare a considerare un concetto come
questo, una specie di circuito addizionale, parte di una rete che pur nella
somma delle possibilità di interconnessioni non arriva (non ambisce) a
costituire un sistema che si arricchisce di accumulazioni in forma di
estensioni verticali, di vertici; assume invece il compito di segnare tracce di
un circuito-compendio attraverso il quale la ricerca va ad estendersi – assolutamente – in orizzontale. Si addiziona, si aggiunge; si avanza, ci si ferma; ci si
accosta alla ri-conoscibilità delle cose, dei fatti. E alla loro
ir-riconoscibilità.
Così una scrittura – o derridianamente, uno sguardo (che contempla parte della sua stessa cecità) – può farsi carico di un enigma e di quella percentuale di fondo silenzioso mai del tutto occupato, restituito d-allo sguardo, d-alla percezione, dalla necessità, nel tentativo di comprendere, di adattarsi attraverso la cognizione dell'estendersi nel mondo civile, incivile, civilizzato. Sguardo che costituisce anche il fondo della memoria, individuale e collettiva.
Una maglia di relazioni in cui linguaggi, contaminazioni, disseminazioni, sezioni, sottrazioni e aggiunte, testi, frammenti, documenti e contesti non esibiscono se stessi: sembra quasi che non ne abbiano il tempo. Piuttosto avvengono naturalmente allo sguardo (nello spazio, dentro dispositivi digitali ed anche su quelli cartacei) nella circolarità, nella serialità, nel meccanismo della ripetizione, bio(tecno)logicamente ed esaustivamente incompiuto sebbene strutturalmente perpetuo. A questa circolarità – enigmatica – delle cose del mondo, si accosta il senso di un'organizzazione che coincide con la storia stessa nel suo spessore temporale, nella continua apertura e comunicazione con gli eventi, tra le cose, attraverso di esse e con il singolo [...]
Pubblicato da
partage du sensible
h.
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silvia tripodi
venerdì 6 dicembre 2013
partage du sensible / silvia tripodi. 2013
Partage du sensible (che è il nome di un
blog e l’intestazione di alcuni miei testi recenti) è un’espressione utilizzata
da Rancière e rimanda ad un modo ben preciso di strutturare scrittura e azione
e al tentativo di organizzare il visibile-sensibile che non chiede o suggerisce
di risolversi occupando un vuoto, un'assenza – quella di uno scarto dialettico –
piuttosto descrivendola, delinea alcune tracce e indicatori di una posizione politica
(quella “di occuparsi delle cose del mondo”).
Il vuoto quindi – che
si lascia alle spalle alcune “poetiche dell’assenza” ed altri paradigmi
novecenteschi – è semmai da intendersi come “torto”, come falla originaria;
dunque è la libertà ad essere una "proprietà vuota", e tra un partage e
l'altro, si descrivono e circoscrivono azioni e percezioni, del e nel
sensibile, nel possibile, all'interno e al di fuori di margini d'azione, di
manovra. Azione che non tenta di
far coincidere gli opposti o alcune categorie (ad esempio i concetti di caso e
necessità), ma di eludere le categorie stesse emancipandosi da esse,
assimilandole in una sorta di compendio che le organizzi come parti di un
sistema nel quale tra osservatore e osservato vi sia una relazione organica.
Il punto non è più
quindi risolvere un conflitto dialettico, e neanche tentare di organizzare a
forza la percentuale del sensibile (o del virtuale) che sfugge (il non detto,
il non visto, l’indeterminato), ma considerare la gamma di direzioni ed azioni nella
scrittura (e nelle arti visive).
Ed è prendendo le mosse
da questi indicatori che ci si accosta alla scrittura di ricerca nel senso di
azzardo di movimento verso direzioni non note. Separando le categorie
dialettiche si producono interruzioni; in questo specifico partage il tempo è
un intervallo o piuttosto, la durata di una singolarità. Il soggetto scrivente
al pari di quello politico di Rancière, è un soggetto intermittente che crea
occasioni ed eventi tentando di mettere in rapporto ciò che non è in rapporto e
dislocando ciò che solo in apparenza sembra ancorato: un dominio rovesciato o capovolto, riflesso, diffratto; (si) vuole dare una
collocazione, un luogo, a chi non ha luogo nella formazione del mondo comune, alla parte dei senza-parte delle cose (anche di quelle
inservibili) che in un dominio altro non troverebbero ragione d’essere.
Partecipare a questo tipo di approccio e di soggettivazione vuol dire entrare a
far parte di un processo di trasformazione i cui esiti – imprevedibili – non
conducono a porzioni di spazio liminalmente rassicuranti o familiari; una situazione
ontologica nella quale si è soggetti ad una rottura, ad un dis-adattamento che non
esige rimedio, compiutezza. Non vi è in questo tipo di approccio la volontà di realizzare
in ultima istanza alcun sincretismo dialettico, poiché si vuole dar forma – nell’atto
stesso dell’azzardo della sperimentazione – ad una pluralità di significati e
significanti, a deliberazioni sul possibile che per loro stessa natura
sono passibili di contaminazioni, revisioni, mutamenti, connessioni, disconnessioni.
(deliberare, ad esempio, su oggetti privi di importanza, su minuzie;
classificare, decifrare segni; colonizzare sezioni di senso e di non senso senza
assicurarsi nessuna conquista, nessuna certezza. Dichiarare un pensiero che
convochi l’eventuale – e dunque, in-verosimilmente, l’infinito della
situazione)
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partage du sensible
h.
08:19
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