venerdì 17 aprile 2015

Gregorio Tenti - cinque testi


da Sirima abitale


comunque non andai alle nozze chimiche
alla fine rimasi sotto i cedri
dai denti di drago nacquero cose nuove
e Oklahoma City

la corsia sottomarina assedia i toraci
fa la parte della sciagura, ho amato
una per una le tue consolazioni gli enormi
batoliti del McDrive, insieme
facevamo impazzire gli holocephali la cui patria
è il cielo ora lo vedo quello che si accosta
nonostante la libertà infinita
sul grande nastro di calore e di vento

***


nelle stragi l’apnea ha un posto
nella cruenza si distingue il rame
quando non scorta le regioni in ottica
tubolare non segue altri mezzi
trasduttivi della specie, muove
nella paresi tramandando
inesistenze stagionali, strane congiunture
sotto la dentatura della lotta

come vedi credo ancora nei tuoi divaricamenti
e nei divaricanti in generale devo credere se anch’io
un giorno vorrò - nelle correnti che dicevo
avere luogo -
quando la conta si abbrevia lo sconosciuto perviene al sole
esattamente come disse la pronuncia
ai celenterati senza nuca, per gemmazione
presenti e poco dissimili - così nella
necessità inassistita / di ritrovare me le mie amorose
terminazioni, sarò felice di ascoltare
i satelliti smarriti e le sacche
ugualmente dotate di rimpianti

nella poiesi delle vocali
arginate e battute, per vibrazione magari
qualcosa tra lama calda e acqua nel suo spazio
cresce per i mesi sulla piana
delle mutazioni piane delle cose,
orizzontale sul perdono

***


Anassagora guarda il mare senza lingua,
il risvolto di un vento che allontana
e disabita l’arte del vasaio
guarda, guarda è tutto qui
gli esplosi capodogli diramano
dorsi di terra e di acqua
gli opossum fingono di morire
e certe volte muoiono fingendo (allora
vedono il globo senza
poterne sbagliare il nome, o così dicono)

durate volgono per le insenature
a stento trattenute dagli omissis
Anassagora saprai adesso educare
alla virtualità vestibolare
a calci sputeranno il plasma dalle grotte
sommerse e dai quasar
dalla falda livida che temi ti dissolva
sulla tua superficie di dolina

***


la matrice nel suo esercizio
la mantica della luce il nudo avverbio
che è detto dal nudo dire

ha potuto conferire con Nureyev
perdente nel suo recercare
un fermaglio qualunque una clausola

ha detto che l’aria odorava del filo
delle striate contee animate
che sentiva il vento liscio negli argini
contrattili disperdere
per le anse scheletriche ma / tu capisci
confesso questa postura
che decanta senza mai / sottrarre, malgrado
le caviglie strette intorno ai polsi

***


nostro caudato compito è vedere in anticipo
la nostra discesa in pietra

il caduco parallelismo in vita
cerca spazi di tranquillità, nel mentre
si sgomitola tra le falangi incalcolabili
il commune

l’emergenza della costa nelle carovane
non è l’ostrakon ma / la pelle
che risponde e non conosce espunzione
il nostro tempo cala nei pori
la nostra amicizia riassume a brani
il vento invisibile, colloca
sotto le pareti / il polmone per la pesatura

quindi nostro larvato compito è con debolezza
cardare i paesaggi entro la dolce cadenza
con raccolta memoria dare asilo
alla rovina nel disegno corrisposto


*
Gregorio Tenti è nato ad Arezzo nel 1993 e studia Filosofia all’Università di Torino. Suoi testi sono apparsi in rete su blanc de ta nuque e Carnaio. Fossa (non) comune. Nel 2015 è finalista del premio “Opera Prima” indetto da Poesia 2.0.