venerdì 6 dicembre 2013

partage du sensible / silvia tripodi. 2013



Partage du sensible (che è il nome di un blog e l’intestazione di alcuni miei testi recenti) è un’espressione utilizzata da Rancière e rimanda ad un modo ben preciso di strutturare scrittura e azione e al tentativo di organizzare il visibile-sensibile che non chiede o suggerisce di risolversi occupando un vuoto, un'assenza – quella di uno scarto dialettico – piuttosto descrivendola, delinea alcune tracce e indicatori di una posizione politica (quella “di occuparsi delle cose del mondo”).
Il vuoto quindi – che si lascia alle spalle alcune “poetiche dell’assenza” ed altri paradigmi novecenteschi – è semmai da intendersi come “torto”, come falla originaria; dunque è la libertà ad essere una "proprietà vuota", e tra un partage e l'altro, si descrivono e circoscrivono azioni e percezioni, del e nel sensibile, nel possibile, all'interno e al di fuori di margini d'azione, di manovra. Azione che non tenta di far coincidere gli opposti o alcune categorie (ad esempio i concetti di caso e necessità), ma di eludere le categorie stesse emancipandosi da esse, assimilandole in una sorta di compendio che le organizzi come parti di un sistema nel quale tra osservatore e osservato vi sia una relazione organica.

Il punto non è più quindi risolvere un conflitto dialettico, e neanche tentare di organizzare a forza la percentuale del sensibile (o del virtuale) che sfugge (il non detto, il non visto, l’indeterminato), ma considerare la gamma di direzioni ed azioni nella scrittura (e nelle arti visive).
Ed è prendendo le mosse da questi indicatori che ci si accosta alla scrittura di ricerca nel senso di azzardo di movimento verso direzioni non note. Separando le categorie dialettiche si producono interruzioni; in questo specifico partage il tempo è un intervallo o piuttosto, la durata di una singolarità. Il soggetto scrivente al pari di quello politico di Rancière, è un soggetto intermittente che crea occasioni ed eventi tentando di mettere in rapporto ciò che non è in rapporto e dislocando ciò che solo in apparenza sembra ancorato: un dominio rovesciato o capovolto, riflesso, diffratto; (si) vuole dare una collocazione, un luogo, a chi non ha luogo nella formazione del mondo comune, alla parte dei senza-parte delle cose (anche di quelle inservibili) che in un dominio altro non troverebbero ragione d’essere. Partecipare a questo tipo di approccio e di soggettivazione vuol dire entrare a far parte di un processo di trasformazione i cui esiti – imprevedibili – non conducono a porzioni di spazio liminalmente rassicuranti o familiari; una situazione ontologica nella quale si è soggetti ad una rottura, ad un dis-adattamento che non esige rimedio, compiutezza. Non vi è in questo tipo di approccio la volontà di realizzare in ultima istanza alcun sincretismo dialettico, poiché si vuole dar forma – nell’atto stesso dell’azzardo della sperimentazione – ad una pluralità di significati e significanti, a deliberazioni sul possibile che per loro stessa natura sono passibili di contaminazioni, revisioni, mutamenti, connessioni, disconnessioni. (deliberare, ad esempio, su oggetti privi di importanza, su minuzie; classificare, decifrare segni; colonizzare sezioni di senso e di non senso senza assicurarsi nessuna conquista, nessuna certezza. Dichiarare un pensiero che convochi l’eventuale – e dunque, in-verosimilmente, l’infinito della situazione)