sabato 23 agosto 2014

Il calligramma disfatto

Non posso togliermi dalla testa l'idea che la diavoleria si trovi in un'operazione resa invisibile dalla semplicità del risultato, ma che sola può spiegare l'imbarazzo indefinibile che esso provoca. Questa operazione è un calligramma costruito segretamente da Magritte, poi disfatto con cura. Tutti gli elementi della figura, la loro posizione reciproca e il loro rapporto derivano da quell'operazione annullata non appena compiuta. Dietro quel disegno e quelle parole, prima che una mano scrivesse checchessia, prima che si fossero formati il disegno del quadro e il disegno della pipa dietro di esso, prima che lassù fosse comparsa la grossa pipa fluttuante, credo necessario supporre che fosse stato formato un calligramma, che poi si è decomposto. Lì ne abbiamo la constatazione del fallimento e i frammenti ironici.

Nella sua tradizione millenaria il calligramma ha un triplice ruolo: compensare l'alfabeto; ripetere senza il soccorso della retorica; prendere in trappola le cose con una doppia grafia. Innanzitutto esso accosta il più possibile l'uno all'altra il testo e la figura: compone secondo linee che delimitano la forma dell'oggetto con quello che definiscono la successione delle lettere; colloca gli enunciati nello spazio della figura, e fa dire al testo ciò che il disegno rappresenta. Da una parte alfabetizza l'ideogramma, il popolo di lettere discontinue, e fa così parlare il mutismo delle linee interrotte. Ma dall'altra ripartisce la scrittura in uno spazio che non ha più l'indifferenza, l'apertura e il biancore inerti della carta; le impone di distribuirsi secondo le leggi di una forma simultanea. Riduce il fonetismo, per lo sguardo di un istante, a non essere altro che un rumore grigio che completa i contorni di una figura; ma fa del disegno il sottile contenitore che bisogna perforare per seguire, di parola in parola, lo svuotamento del suo testo intestino.

Il calligramma è dunque una tautologia. Ma all'opposto della Retorica. Questa gioca con la pletora del linguaggio, si serve della possibilità di dire due volte le stesse cose con parole differenti; approfitta del sovraccarico di ricchezza che permette di dire due cose differenti con una sola e identica parola: L'essenza della retorica è nell'allegoria. Il calligramma, invece, si serve della proprietà delle lettere di valere contemporaneamente come elementi lineari che si possono disporre nello spazio e come segni che devono succedersi secondo la sola concatenazione della sostanza sonora. In quanto segno, la lettera permette di fissare le parole; in quanto linea, essa permette di raffigurare la cosa. Perciò il calligramma si propone di cancellare ludicamente le più antiche opposizioni della nostra civiltà alfabetica: mostrare e nominare; raffigurare e dire; riprodurre e articolare; imitare e significare; guardare e leggere.

Braccando due volte la cosa di cui parla, esso tende la trappola più perfetta. Con la sua duplice entrata, garantisce la cattura di cui il discorso da solo o il puro disegno non sono capaci. Scongiura l'invincibile assenza che le parole non riescono a vincere imponendo loro, con le astuzie di una scrittura che gioca nello spazio, la forma visibile del loro referente: sapientemente disposti sul foglio di carta i segni richiamano, dall'esterno, con il confine che disegnano, con lo stagliarsi della loro massa sullo spazio vuoto della pagina la cosa stessa di cui parlano. E, di rimando, la forma visibile è scavata dalla scrittura, arata dalle parole che lavorano dall'interno e che, scongiurando la presenza immobile, ambigua, senza nome, fanno scaturire la rete di significati che la battezzano, la determinano, la fissano nell'universo dei discorsi. Doppia trappola; tranello inevitabile: da che parte potrebbero fuggire via, ormai, lo stormo degli uccelli, la forma transitoria dei fiori, la pioggia che scroscia?


Da  Michel Foucault - Questo non è una pipa


Cfr:
http://monoskop.org/log/?s=ceci+n%27est+pas+une+pipe
http://it.scribd.com/doc/31432549/Michel-Foucault-Questa-non-e-una-pipa

domenica 10 agosto 2014

da "ipocalisse" / nanni balestrini. 1986




by Nanni Balestrini, from "Ipocalisse" (Milan: Scheiwiller, 1986). This reading was recorded at Phonodia Lab. (phonodia.unive.it), in Venice, Italy (5th of December, 2013): https://soundcloud.com/phonodia/1-12-ipocalisse

venerdì 8 agosto 2014

inorganic junk-logic compounds score (2014)


occorre spiegare quanto si astrae dal presente = occorreva,
separando l’unità liberata – libera  di scrivere non esattamente /
detto questo | andava il sistema detto meglio, descritto per quello
che era nella parte pratica della funzione

  / la dicitura, per brutale, si genera all’inizio del vuoto
  / esatto e ricorrente, per compressione, incubando
                                                             / il vuoto etimologico: la parte precisa spiega e rimanda
                                                             / alla dicitura che genera il brutale a cominciare dal vuoto
                                                             / sicuro a diramarsi dalla macchina di attivazione repentina
                                                             / di una definitiva e conosciuta pratica di estrazione
                                                             / dell’aria dalla cavità uterina, il prime move
                                                             / ultraviolento, la pratica cosciente del morbo

\ in un secondo momento, come non fosse successo niente | detto questo,
\ niente è successo | il sistema di respirazione recupera l’origine
\ della falla, e in effetti niente è successo, sbagliato il calcolo nel codice
\ del css [child { font-family : murder, america; color : black; border : solid
\ dismembered 5px; border-collie : #animalfail;] il controllo resta
\ capacitivo e separato in sintesi, da una tripla a, in movimento
\ rotativo e lineare, il processo come uno, il calcolo in logica al circuito.

                                                          \ quantifica l’umiliazione in cfu, totalizza trecento punti.
                                                          \ hashtag: #annihilation

giovedì 7 agosto 2014

HC: CRASH TEXT (STARRING: HONDA CIVIC)












motivi: a favorire il perfezionamento dell'acquisto, essendo l'acquisto perfettibile, suscettibile di improvement, potendo internamente progredire, rata per rata, a costruire cioè, nel dentro dell'oggetto, l'edificio della proprietà - a cangiare, questa proprietà, la spesa in possesso, la semplice transazione in un fatto identitario, che cioè il dominio dell'identità accresce, estende, previa annessione progressiva di una regione assoggettabile del reale:

159* al mese per due settimane più IVA feriale, anticipo zero posticipo molto e TAN 2,75% (3,5% in caso di maltempo)
- agevolazioni
- possibilità di raggiungere, avvalendosi di HC, il luogo selezionato, tra i tanti che stipano la superficie del pianeta, per il regolare svolgimento delle proprie vacanze
- possibilità di fare ritorno
- equipaggiata
- chiavi dove preferisci, raccomandiamo tasche con zip (più sicure)
- in assenza di agevolazioni, è disponibile un'ampia gamma di vantaggi
- subito in regalo per te un regalo previsto per l'anno del signore 2018
- full
- concrete chance di velocità
- optional
- paintuning delle grandi occasioni
- aria non condizionata ma comunque facilmente influenzabile
- luci pronte al natale
- ruote funzionanti
- con HC sei protagonista di una storia
- questa

*er-rata corrige: 159 mesi per due settimane IVA esclusa ogni 13

DICLAIMER: NEL CASO QUESTA NARRAZIONE PRENDESSE PIEDE, SU RUOTE, SIAMO DISPOSTI A RIMUOVERE LO SPOILER POSTERIORE

1. SOSTA VIETATA

il più lieto dei tempi, per HC, certo fu, e sempre, e pure è, nell'attuale e viva configurazione del mondo, cui HC seguita a partecipare, per atti e in ispecie per omissioni, HC che proprio ora fa ingresso sulla scena, e l'inquadratura cerca il frontale che restituisce le linee guida di una stagione estetica ormai trascorsa, ancora impegnata a gestire quella transizione tra gli spigoli assoluti e le linee morbide, lunari, tra fiat panda e fiat brava, e lo fa con difficoltà; infra le modalità del tempo, si diceva, per HC niuna supera, e per alcunmai tra le ragioni, quella della sosta.
vorrei, ora, per stretto giro di subito, suggerirvi un esercizio. gradirei che, nell'approcciare qui, come fate, la venerabile persona di HC, a questa rivolgeste l'attenzione figurandovi una vicenda cava, che cioè avviene e in questo avvenire conferma e certifica il suo vuoto: una vicenda che eternamente rinvia a un momento successivo, che il mondo avrà certo cura di farcire, abbiamo fiducia, e che però sempre slitta avanti, o indietro che sia, comunque sempre mancando, di quel tanto o di quel poco, o quel medio, l'ambito di HC. sarebbe insomma favorevole una simile disposizione di pensiero, per meglio considerare, e adeguatamente comprendere, HC CAPITOLO PRIMO come un parcheggio, quel parcheggio che gli è. la storia, sì, storia sia, ma di uno stare senza tempo. stare è, proprio, non mutare, un atto di resistenza. HC, nonostante.

va da sé che, stando così le cose, e tra tutte le cose stando, in massima parte, HC, la figura di HC è da inscriversi nei confini di un parcheggio. valga, per parcheggio, quanto segue: quell'area di mondo disposta, preparata ad accogliere una sosta, o in cui comunque si configurano, pure al di là di quanto dettato dal piano urbanistico, i requisiti (almeno spaziali) perché possa darsi una stasi. il parcheggio alla sosta preesiste, e accolta la sosta in niente viene alterato, ma con essa coesiste, e perfettamente; né la sosta, giungendo al suo termine, può morirlo, o intaccarlo per modo alcuno. 
un parcheggio è fatto di una non-sosta, poi di una sosta, finché detta sosta non cessa (o meglio: finché il soggetto della sosta non comincia, non evade il parcheggio in favore di un inizio), e sgombra, e lascia spazio a un'altra sosta, o ad una sosta invisibile, una sosta nell'alternanza delle soste. parcheggio è, allora, prima ancora di uno spazio, una facoltà: la possibilità di un preciso atto, ovvero un atto di presenza, in un preciso luogo, quello designato dalle linee (o dalle fantasie) che marcano il parcheggio.

vi sono, al mondo, parcheggi innumerevoli, e allo stesso tempo nessuno. di questo ciascuno ha fatto, per certo, esperienza.  questo aspetto suggerisce, del parcheggio, la natura sospetta: quale infatti è.
il parcheggio è sempre posto fuori dal mondo: al massimo vicino, nel più fortunato dei casi di fronte, ma trattasi comunque di una zona povera di mondo, un'estraneità. il parcheggio, non importa dove, è fuori: perché dentro, perché il mondo, è dove andiamo dal parcheggio divergendo, allontanandoci. viceversa, il parcheggio sta al polo opposto dell'azione: migrando dall'azione, lasciandola alle spalle, allora lo raggiungiamo. invariabilmente.
a sondare l'etimo, vien fuori, e vien bene, come e perché ogni sosta sia, intimamente, sosta vietata -> vetare, qui nell'accezione di mettere da parte, bandire. così HC, nel presente del suo parcheggio, vive un esilio, subisce l'effetto delle azioni che si definiscono per allontanamento dalla sua HC sede, ai margini del mondo utile, praticabile.
contrariamente a quanto l'intuito suggerisce, il parcheggio che HC occupa è un parcheggio libero. HC lo infatti occupa proprio in virtù di questa libertà (che, badate, è tutta del parcheggio e niente di HC), cui HC si riduce, senza tuttavia acquisirla. HC è il segnaposto di quella libertà. qui sotto, dice HC, risiede una libertà. al momento, prosegue HC, questa libertà si esprime tramite la mia presenza. in un certo quando, poi, vorrà dirsi altrimenti, arrendersi a una OPEL CORSA. scoppia la polemica sul web.
vediamo, allora, come HC non si serve della libertà propria del parcheggio: viceversa, è la libertà del parcheggio che fa uso di HC, non conoscendo altro linguaggio, per esplicitarsi, che quello dell'occupazione.

E NONDIMENO, E TUTTAVIA

come tintinnano, che sonagli, i carrelli in formazione, che ritrovano il filo logico del loro stare, l'uno nell'altro avendo domicilio, interrogati da un vento giapponese, da scacciapensieri, che carillon: questo, HC, neppure lo sospetta.
né ha cognizione di come gli inserti catarifrangenti che reca in punti strategici della sua scocca reagiscono al cambiamento delle condizioni di luce, alle interazioni dei suoi simili, in un dialogo che avviene in assenza di tutti gli interlocutori, acceso a forza di fari.
né può, né vorrebbe, sapere come la stagnola del cielo ha compreso nel suo ampio arco un pomeriggio ennesimo.
e certamente non crede, del pomeriggio, che abbia una consistenza morbida, di pandispagna, e che resti sulle dita, come invece è, come invece fa.
ubbìa di specie nessuna, nutre, verso l'enigma che i complessi residenziali elevano, nell'intorno. 
nessun effetto sortisce l'insegna al neon del supermarket, che promette un significato: eppure HC sul suo lunotto ne accoglie il logo, e lo altera, ed è bello.
i palloncini dei lampioni sovrascrivono la sera sommando le proprie sezioni concentriche di luce: e di tutto quell'arancione, HC non fa esperienza.
tutto questo e quanto altro ignorando, HC, che avventure, non smettere. resta così, resta come sei.