mercoledì 19 dicembre 2012

Lettera per una ripubblicazione



Caro Vanni,
correggo le bozze della seconda edizione di «Pseudobaudelaire» e mi chiedo se nel testo la lingua è in azione, se è ancora visibile; nella costruzione materiale del libro, il linguaggio che mi ha parlato. Queste pagine hanno già finito di vivere o possono ancora fare parte di ciò che sarà detto? 
Una seconda edizione, anche se non l'abbiamo segnata nell'ultima pagina, sposta il libro oltre la parola fine - a più di vent'anni di distanza. Scrivendo queste poesie ritenevo di avere raccolto segni di una realtà che si era manifestata ampiamente, codificata in una lingua artificiale, standardizzata per stereotipi politici, pesanti, ormai privi di emozione, ma che si sarebbe organizzata come memoria in un tempo successivo, dando vita a una realtà testuale.
Come se la poesia vivesse prima dell’apparizione del testo. Se è possibile ricordare il passato, non è possibile dimenticare il futuro. Il futuro non si vede e quando il poeta lo comincia a parlare, per questo viene considerato cieco.
Scrivevo, dunque, poesie per un testo invisibile, per conficcare una spina nella lingua che lo avrebbe parlato.
Il linguaggio standard usato appare sempre più come una lingua ignota e l’oggetto «Pseudobaudelaire» è merce d’uso per usi sconosciuti. Non sapevo che i tempi sopraggiungessero così rapidi, da fare rileggere «Pseudobaudelaire» come specchio degli anni immediatamente successivi alla sua stesura.
L’irrealtà del libro è testimoniata dalla irrealtà delle sue traduzioni – e fra queste, la più cara, quella in lingua ceca, ora che è stato travolto tutto dagli avvenimenti: proposta, ipotesi di lavoro, traduttrice.
Ma era già irreale il presupposto di andare alla ricerca dell’oggetto testuale reale, che si sarebbe formato dopo o avrebbe dovuto manifestarsi dopo. Come un bersaglio nascosto che fa volare la freccia alle spalle dell’arciere.
Il mio lavoro di poeta è stato questo: sollecitare, anticipare, percorrere un’improponibile poesia non mia, convincere che « x » nascerà e che giustificherà il mio testo.
Oggi molti critici sono spaventati dalla foresta oscura, continuamente dilatata, della produzione poetica contemporanea. È evidente che è tramontato il sogno della « poesia fatta da tutti » in nome del sogno della « poesia che sta per comparire »: una grandiosa piramide, in cui ciascuno pensa che verrà collocata la sua pietra.
Con «Pseudobaudelaire» fabbricavo una pietra di scarto. Dalla produzione di significati volevo esaurire la possibilità di senso. Un contenuto senza recipiente che lasciava a mani vuote la catena del passamano.
Una poesia senza lettore in attesa della nascita del testo, dove sarà tessuta, scomparendo in un disegno più profondo.
L’origine della poesia è l’eco, ma, qui e ora, sono l’eco di una bocca chiusa, che non si è ancora pronunciata.
Per il poeta non c’è nessuna biografia – a tutela della sua immagine. La società ha fissato una soglia, un limite che serve solo ad entrare e dal quale il poeta vuole solo uscire. Non si vuole spostare la parola oltre il limite del presente. Non si vuole futuro, per dimenticare ciò che volevamo in passato.
Così, al contrario del romanzo, non si sviluppa tempo nel tempo della poesia. Resta ferma – per questo non mi sono opposto alla seconda edizione di «Pseudobaudelaire». Va bene. E va bene la mancanza di biografia, sempre lo stesso vuoto: «Corrado Costa è nato al Mulino di Bazzano (Parma) il 9 agosto 1929. Vive a Reggio Emilia, esercitando l’avvocatura e la patafisica».
Se la poesia contemporanea ha qualche punto di partenza, non ha ancora qualche punto d’arrivo. È qui che mi distinguo dai poeti «arrivati». Non si è stati chiamati a innalzare un edificio, ma «a vedere in trasparenza - cito da Wittgenstein – davanti a sé le fondamenta degli edifici possibili».
Per questo i miei libri successivi non sono altro che ciò che avrei dovuto scrivere prima di «Pseudobaudelaire».

                                 
        Corrado Costa – Lettera all’editore a proposito della seconda edizione di Pseudobaudelaire
                                                   [da  «Cose che sono parole che restano» edizioni Diabasis 1995]