venerdì 16 dicembre 2011

da: "senza paragone" / gherardo bortolotti


senza paragone 13


01. simili alle scritte sui muri, alle ere del loro sovrapporsi, come se gli scorci urbani potessero, in prospettiva, proferirne il senso, quando tutto sarà finito

02. diversa dall’ostinazione dei giorni, dalla trama velleitaria che le cose si piccano di mantenere in piedi, occupando in silenzio le tue stanze, l’ufficio, i marciapiedi di viali periferici trafficati, in cui ti riprendi da lunghi pensieri sottotraccia, da catene di associazioni slogate, di visi, di brutte figure, per evitare una donna che passa, il palo della luce su cui qualcuno, in un giorno lontano, ha attaccato un adesivo e qualcun’altro, successivamente, un altro ancora e forse un’automobile, sbandando, ha rotto il faro i cui frammenti, senza capire, ti trovi a fissare dispersi, impolverati, quasi preziosi

03. non diverso dal centro commerciale, d’inverno, di sera, quando le luci dei fari si muovono nei viali del suo parcheggio e per pochi minuti si accendono, come scene di vicende spaiate, concitate, le istantanee senza senso di famiglie che salgono in macchina, di donne con il carrello vuoto, di sacchetti della spesa appoggiati per terra, accanto al bagagliaio dove, nell’ombra, sembra muoversi un cane

04. come i giardini sul retro delle villette a schiera, gli angoli in cui qualcuno ha lasciato un rastrello, appoggiato al muro percorso da crepe, macchie, segni di corrosioni microscopiche e incessanti

05. pari al suono della sveglia, che innerva la finissima tensione superficiale del sonno, la dissipa all’istante e ti rimette in posa, sullo sfondo della realtà corrente, nel mezzo di scene di interni, ricordi, occupazioni transitorie e ti inizia a una sequenza spastica di eventi, inarrestabile, votata al sacrificio del proprio giorno, alla consumazione del tempo e delle occasioni, mentre, superando la porta della tua camera, il cono degli impegni, delle stipulazioni che hai in corso con ciò che è vero, ti precede in bagno, in cucina, lungo le scale che scendi



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senza paragone 17


01. identici a cose che credi di aver visto con la coda dell’occhio, forme lunghe, cupe che si rifugiano dietro l’angolo della credenza, oltre le piante all’ingresso, nel corridoio da cui ti arrivano i suoni furiosi della lavatrice che centrifuga la biancheria, i jeans che fra qualche giorno

02. simile all’indice che a volte ti guardi, mentre fai qualche cosa, mentre digiti le cifre del tuo codice al bancomat aspettando conferme da sistemi contabili complessi, innervati via cavo nei volumi cittadini, raggiunti da circuiti globali di comunicazioni via satellite, server farm attrezzate in periferie del terziario, centri di calcolo dedicati alla produzione di algoritmi per l’analisi delle transazioni di valuta, dei loro picchi, della velocità con cui, come maree di lacerti di pensieri e associazioni di idee, attraversano sottotraccia il fenomeno più complesso della finanza transnazionale che trascina nel proprio moto, come una rete a strascico, sistemi meno rigorosi come le nostre vite, i piccoli progetti, i destini legati alle filiere industriali ed alle medie salariali nazionali

03. differenti dalle belle mattine di sole, dalle occasioni, dalle piccole coincidenze che si innestano nel moto del giorno, come anime in fil di ferro, sottili, raggiate, filiformi, in grado di rimanere, nel tempo, dopo il crollo dei minuti, delle ore, in piedi come resti di muri in cemento armato, alzati in anni passati, consegnati al futuro, al disfacimento

04. diverso dal fluido del giorno, dai coaguli di ordine involontari, dai minuti, lamellari intralci all’entropia in corso che li trascina dispersi, invischiati, attirandoli verso il fondo su cui si depositano i casi della tua vita, le vacanze in estate, i pranzi da amici che, mentre parlano d’altro, senza quasi capire

05. diverse dalle cose che dici la sera, dalle abitudini a cui ti riporta il mattino

06. simile a ciò che non vedi, ai fiori che perdono i petali sul tavolo del salotto, mentre tu sei in ufficio, e torni per raccogliere le prove di una stagione di eventi segreti, di un tempo mitico in cui, nella penombra, il tessuto connettivo del calice ha ceduto e, per alcune frazioni di secondo, la falda bianca e carnosa ha solcato il volume dell’aria nelle cui correnti convettive, dalla sala, alle camere, riprendi ad abitare