domenica 5 maggio 2013

una pratica torbida / f.t. 2011


sul rigurgito comune minimo, effettivamente // come è scritto, come persino e com'è noto // ha avuto un lungo, c'erano tutti i presupposti, // dopo la guerra, mercati, conquistare senza né, // e non ultimo il vizio italiano per l'atto intuitivo, // per oggetti venduti nei grandi magazzini, cosa // s'intendesse, per valore formale, ma allora // chiaro sembrava, ha trovato tutti, oggetti e // personaggi, e il suo contrario, dopo drammatiche // vicende, viene chiusa, il mito del progresso, // se progettare è rispondere ai bisogni, // rifiuta di soddisfare, vorrebbe partire // dall'indispensabile, vorrebbe avere per // destinatario la massa, ma il suo committente // è il privato, una pratica torbida, // manco a dirlo, implica azione politica, un // avanzamento dei parametri, si farnetica, una // demiurgia del designer, digiuno in realtà di ogni vera, // convergono, nell'oggetto d'uso, l'offerta declinata // ma non, forse, decidono, programmano, // vendono, è abolito, se ne inventa un altro, // decentrato, rifiuta sia la forma sia la sofi // sticazione, alibi, si constata che il linguaggio // del movimento moderno è stato puntualmente // comperato dal potere, sotto ogni regime // per un poco, poi anche questa cadrà, // dando un taglio terribile alla, qualità delle funzioni // gli utenti nei problemi, semplicemente, // cosa si voglia da loro, espropriata, // decisamente miliardari, la cosa resta // teorica, la chose se ne infischia, nella scarsa // risposta della base, nella sordità vi resta almeno // uno scopo da millenni: denaro // in pochi sul lavoro // di molti